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giovedì 19 gennaio 2012

riproduzioni in serie

Il cervello umano non è programmato per studiare l’universo o farsi domande sul senso dell’esistenza, è programmato per adattarsi in fretta all’ambiente circostante e mettere al mondo il maggior numero possibile di figli in quei pochi anni che ha a disposizione. Cose come la Critica della Ragion Pura o la Teoria della Relatività sono incidenti di percorso, non il normale punto di arrivo di un cervello. Chi cita Einstein come esempio della grandezza del genere umano (e quindi, indirettamente, della propria) sbaglia, perché un esempio per essere buono deve essere tipico, non eccezionale, e un tipico esempio della grandezza del genere umano è Teo Mammucari, non Einstein.
Quando un cervello viene al mondo, per prima cosa si guarda intorno attraverso il suo sofisticato sistema audiovisivo, poi passa subito a copiare tutto quello che vede e sente. Tutto. Non importa che senso abbia o non abbia, lui guarda e riproduce tutto tale e quale, come una fotocopiatrice. Prima lo riproduce con la voce e i gesti, poi con i comportamenti e alla fine anche materialmente, mettendo al mondo tanti altri cervelli identici a lui. Copia e incolla, ecco come funziona il cervello. Per questo motivo la religione giusta è sempre quella dove sono nato, la gente civile è quella del mio paese e nessuno fa il pane buono come qui da noi. L’obiettivo del cervello non è la scoperta di cose nuove, ma la riproduzione di quelle vecchie.
Ovviamente questo non significa che il cervello sia stupido, anzi è un organo molto intelligente, solo che la sua intelligenza è finalizzata al copia e incolla, non alla conoscenza. Quando uno scopre qualcosa di nuovo (ogni tanto succede), riesce a scoprirlo non grazie al suo cervello, ma nonostante il suo cervello. Scoprire una cosa nuova significa sconfiggere il proprio cervello, quindi non bisognerebbe gridare “eureka!” ma “t’ho fregato, brutto stronzo!”.
Se il cervello umano fosse fatto per la cosmologia, la filosofia e la conoscenza in generale, il suo algoritmo sarebbe questo:




Ma purtroppo non funziona così. Il punto di partenza dell’algoritmo non è mai una domanda, ma una risposta: i maiali volano. Una risposta copiata da genitori, preti e insegnanti e subito diligentemente incollata nei neuroni. Il cervello non va in giro per il mondo con una domanda in cerca della risposta, come di solito si dice, ma va in giro per il mondo con una risposta in cerca della possibilità di riprodurla, e se disgraziatamente un dato oggettivo transita nel suo campo audiovisivo, il cervello cerca di scacciarlo.
Il vero algoritmo del cervello è questo:
 
(Smeriglia)

martedì 15 marzo 2011

abominevole micio delle nevi - teorie

Quello dell'abominevole micio delle nevi è un caso molto importante per la cripto-miciozoologia: anche se in tanti anni di ricerche non è ancora saltata fuori una prova conclusiva, le testimonianze raccolte provengono da persone la cui credibilità difficilmente può essere messa in dubbio (basti pensare ad Armando Squarciatopi, accreditato e stimato arrosticinaro di Ovindoli che per primo avvistò la creatura nel lontano maggio del 1953).
L'idea che esseri simili al micio possano condurre una vita selvaggia senza essere scoperti dall'uomo e senza entrare in contatto con la comunità ufficiale dei mici domestici standard non è poi tanto remota. Un esempio è quello di un clan di mici furastici che vivevano in una caverna nei pressi delle piste da sci di Roccaraso: non conoscevano l'uso del gomitolo di lana e si cibavano di una partita abbandonata di croccantini per cani. Vennero scoperti per caso da un metronotte incredulo mentre si rifacevano le unghie sui sedili imbottiti di un impianto di risalita, la notte di Natale del 1982.
Oltre alle orme, vi sono anche altre prove fisiche che potrebbero essere correlate all'esistenza dell'abominevole micio delle nevi. Ad esempio nel 1964, ad Avezzano, l'impagliatore ciociaro Ferruccio Paracelso scovò, in uno di quei tipici ferramenta stracolmi di cianfrusaglie, un portachiavi di peluche molto simile a quelle palle di pelo felino che vengono vomitate dai mici, ma circa sei volte più grande. Secondo il negoziante, si trattava di un manufatto ispirato al cosiddetto "caciocavallo del drago", nome col quale - a suo dire - venivano chiamate delle enormi palle di pelo felino fossile che la gente del luogo rinveniva spesso sui monti e nelle campagne. Paracelso decise di andare in fondo alla faccenda e cominciò le sue ricerche: scoprì realmente "caciocavalli del drago" fossili a Magliano de' Marsi, Rocca di Mezzo e Tagliacozzo, tutti luoghi non troppo lontani da Ovindoli...
Il mondo scientifico poté così accertare l'esistenza di un grande micio che fu chiamato Miciopitecus e che è ritenuto estinto da quattrocentomila anni. Si pensa che questo micio potesse sfiorare il metro e mezzo di altezza e, se si accetta l'ipotesi che qualche esemplare abbia potuto continuare a sopravvivere nei luoghi dove l'uomo non è ancora arrivato, l'esistenza dell'abominevole micio delle nevi non sembra più così assurda.
Per un certo periodo, girarono anche voci circa presunte code imbalsamate di abominevole micio delle nevi conservate in alcuni monasteri benedettini e venerate come reliquie. Pare che gli esemplari migliori fossero conservati nei monasteri di Luco de' Marsi e di Giulianova. I presunti reperti alla fine si rivelarono provenire da un cane pastore maremmano-abruzzese.
A parte la teoria del Miciopitecus, alcuni ricercatori sostengono che possa trattarsi di comuni mici randagi che vivono in isolamento per scelta propria o perchè semplicemente dispersi; questa teoria, comunque, non giustifica in modo compiuto le impronte rinvenute in più occasioni proprio sulle piste da sci di Ovindoli, i frequenti avvistamenti e le numerose testimonianze di scomposte marachelle ai danni degli sciatori che si avventurano nei territori dell'abominevole micio delle nevi.